27 ottobre 2008

il nostro patrimonio

cosa sono le competenze ? Il patrimonio complessivo di qualità personali e conoscenze professionali che ognuno utilizza (anche) quando svolge una prestazione lavorativa.

E’ un capitale, un bene valutabile, osservabile e migliorabile nel tempo attraverso processi di apprendimento e sviluppo, ad es. attraverso corsi di formazione o percorsi di counseling.

Le competenze sono determinate dall’integrazione di:

Conoscenze SAPERE

Capacità, Abilità, Esperienze SAPER FARE

Comportamenti, atteggiamenti, stile personale SAPER ESSERE

SAPERE COMPETENZE DI BASE quelle fornite dall’educazione, come la lettura, la scrittura, la matematica e la capacità di esprimersi correttamente, la conoscenza delle lingue straniere, gli studi di provenienza ecc.

SAPER FARE COMPETENZE TECNICO-PROFESSIONALI o Specific knowledge skills; i.e.,conoscenze operative e pratiche specifiche al ruolo o alla funzione.

SAPER ESSERE COMPETENZE TRASVERSALI o Portable or transferable skills; utilizzate in più ambiti, come ad es. parlare in pubblico, comunicare, lavorare in gruppo, negoziare, organizzare, sviluppare soluzioni creative, ecc.

Un ulteriore suddivisione distingue tra le competenze trasversali le caratteristiche personali Self management skills o personal qualities: ambizione, autorità, gusto del rischio, combattività, discrezione, facilità ai contatti umani, capacità di ascolto, intuizione, ottimismo, equilibrio, rispetto delle regole, pragmatismo, spontaneità, stabilità caratteriale, capacità di sintesi.

Di frequente le competenze sono ripartite tra emozionali, gestionali e relazionali; chi scrive ritiene la separazione una forzatura, in quanto ogni capacità integra componenti sia emotive che relazionali, sono infatti di linguaggio comune vocaboli quali gestione di persone, compiti, conflitti, tempo ma anche gestione di emozione e di relazioni.

Chi è all’inizio di una professione può non avere esperienze, ma possiede comunque competenze, date sia dal sapere, la conoscenza di base, sia dal saper essere, il modo di relazionarsi, automotivarsi, ecc.

15 ottobre 2008

Sei cappelli per pensare

Il Professore Edward de Bono[1] ha ideato ed insegnato un metodo a centinaia di aziende e governi nel mondo.

Nel suo libro “Sei cappelli per pensare” suggerisce diversi atteggiamenti mentali da utilizzare simbolicamente indossando un cappello di colore:

Bianco/oggettivo

Analisi dei dati oggettivi, raccolta di informazioni, senza giudizi.

Verde/creativo

Indica sbocchi creativi, nuove idee, analisi e proposte migliorative, visioni insolite.

Rosso/emotivo

Emotività, esprimere di getto le proprie intuizioni, come suggerimenti o sfoghi liberatori, come se si ridiventasse bambini. Emozioni, sentimenti.

Giallo/ottimista

Gli aspetti positivi, i vantaggi, le opportunità.

Nero/critico

Le difficoltà, i rischi, le anticipazioni di come e perché, cosa potrebbe non funzionare.

Blu /pratico

Stabilisce priorità, metodi, sequenze funzionali. Pianifica, organizza, stabilisce il piano d’azione.

Il processo creativo

Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente De Bono ed assistere al suo modo creativo e coinvolgente di fare aula, di ascoltare i suoi esempi, di far mie le potenzialità ed applicabilità del metodo.

Un piano, come un’azienda o un singolo, dovrebbe saper indossare più cappelli per funzionare al meglio, sia in previsione degli obiettivi sia nel quotidiano.

Cosa succede se mentre esponiamo un’idea interviene una critica distruttiva?

Viene perso il potenziale positivo dell’ idea e si distrugge anche la generazione di nuove idee, perché il nostro sistema cognitivo ed emotivo viene castrato prematuramente, e smette di produrre o di comunicare all’esterno le idee.

Il risultato è altrettanto negativo se si è capaci di indossare solo un cappello: ad es. l’emotivo, l’ottimista o il pessimista. Gli aspetti pratici, operativi sono essenziali per far crescere e portare a termine un progetto. La metafora dei cappelli rende pure immediata l’immagine della confusione, il disordine organizzativo quando si vogliono indossare tutti i cappelli contemporaneamente.

All’interno di un team ogni persona può trovarsi più a suo agio con un cappello o un altro; il sistema funziona grazie alla coesistenza ed equilibrio di più approcci.

Lo stesso può dirsi di una persona, sia nell’interazione con gli altri che verso se stesso.

Un capo costantemente critico è demotivante; un collaboratore che trova sempre gli aspetti negativi è deprimente. A volte il creativo può apparire geniale, ma ha bisogno di supporto e struttura per tradurre le idee in realtà.

Tu quale cappello indossi più frequentemente, quale ti piacerebbe indossare? E quale fai più fatica ad ascoltare?

Ascoltarsi, a volte anche in una discussione tranquilla tra amici, può fornire indicazioni su quali schemi di funzionamento adottiamo.

Solitamente ci sono delle aree di funzionamento poco soddisfacenti perché poco frequentate; la consapevolezza di un’area carente può facilitare l’integrazione con persone diverse da noi ed un migliore funzionamento globale.



[1] Autorità internazionale sul pensiero creativo, inventore del pensiero laterale, lateral thinking. Autore di testi tradotti in tutto il mondo;ideatore del Programma di Pensiero maggiormente utilizzato a livello internazionale per l’insegnamento delle abilità di pensiero poi utilizzato anche nelle scuole e per la riabilitazione di bambini ospedalizzati.

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13 ottobre 2008

Essere Assertivi

L'assertività è una competenza che ci farebbe vivere meglio .
Consiglio a questo proposito il libro "Essere Assertivi" di Alberti-Emmons

E' utile per far chiarezza con sè stessi, per imparare a affermare la propria volontà senza sminuire la propria dignità e quella dell'altro.

Se avete difficoltà a dire di No, ad affermare ciò che sentite o pensate, oppure a chiudere occhi e orecchie a ciò che vi disturba, questo libro fa per voi.

Quando riteniamo necessario far sentire la nostra voce, prima che si trasformi in grida (soffocate o espresse che siano).

E' una risorsa da imparare ed incoraggiare. Leggete gente, leggete.

E' utile nelle situazioni di ogni giorno, con il proprio compagno o al lavoro.

Bello, davvero.

11 ottobre 2008

Comunicazione efficace

Dall’ inglese A.I.D.A.S. awarness o attention; interest, desire, action, satisfaction, la comunicazione efficace è quella che:

A Attenzione (Attention o Awareness): attira l'attenzione del consumatore; per farlo deve conoscere a chi si rivolge, con quale tono, stile, atteggiamento comunicare; si attira l’attenzione anche gridando, ma a seconda del contesto, un concerto rock o un colloquio, può essere insufficiente o inopportuno.

I Interesse (Interest) interessante per i benefici e vantaggi che il consumatore (e non l’offerente!!!) può ottenere attraverso il prodotto o servizio;

D Desiderio (Desire): indurre desiderio verso l’offerta in quanto capace di soddisfare i bisogni e desideri;

A Azione (Action): portare all’azione o all’acquisto del servizio o del prodotto;

S Soddisfazione Satisfaction: soddisfa il consumatore affinché riacquisti in futuro e parli positivamente del prodotto, servizio o esperienza ad altri.

Questa semplice formula è applicabile ed è anzi uno strumento efficacissimo e consigliabile nel marketing di se stessi.


10 ottobre 2008

Bilancio delle competenze

Perchè si parla di bilancio delle competenze?
Intanto perchè per collocarsi nel mondo del lavoro è essenziale la consapevolezza delle proprie capacità e dei propri obiettivi.
A tale proposito il bilancio delle competenze è lo strumento dinamico di valutazione di se stessi e delle proprie capacità e competenze professionali, esperienze maturate ed aspirazioni.
E’ utile inoltre in tutti quei momenti in cui facciamo un bilancio di noi stessi.
Consente di disporre di una struttura, un approccio obiettivo per un’azione efficace, minimizzando il rischio di sottovalutazione o sopravvalutazione causato dallo stato d’animo o dallo stile di personalità.
Le competenze sono IL patrimonio complessivo di qualità personali e conoscenze professionali che ognuno utilizza (anche) quando svolge una prestazione lavorativa.
A seconda del patrimonio di partenza e del nostro obiettivo di vita personale e professionale, possiamo migliorare attraverso corsi di formazione o percorsi di counseling.

09 ottobre 2008

Che faccia fai?

Sei consapevole delle tue espressioni facciali? Esprimono entusiasmo, disgusto, superiorità, noia in momenti inappropriati, felicità per l’insuccesso di un altro?
Le espressioni facciali di base nel modello Secondo Paul Ekman e coll.(1973), sono sei: rabbia, paura, tristezza, felicità, sorpresa, disgusto e si evidenziano in tutte le culture. Altri studiosi propongono che alla lista dovrebbe essere aggiunto l’imbarazzo. Secondo Robert Plutchik (1980), vi sono otto emozioni primarie (definite a coppie):
1. gioia - tristezza
2. fiducia - disgusto
3. rabbia - paura
4. sorpresa - anticipazione
Se osservi spesso reazioni negative negli altri alla tua comunicazione che non sai spiegarti, è probabile che non sei consapevole di parte del tuo modo di comunicare.

08 ottobre 2008

Motivazione


“Configurazione organizzata di esperienze soggettive, che consente di spiegare l’inizio (perché), la direzione (modalità di procedere), l’intensità (qualità nell’insistere) e la persistenza (quantità dell’insistere, in termini di tempo) di un comportamento diretto ad uno scopo.” (De Beni & Moè, 2000)

La nostra paura più profonda

La nostra paura più profonda non è quella di essere inadeguati.
La nostra paura più grande è che noi siamo potenti al di là di ogni misura.
E’ la nostra luce, non il nostro buio ciò che ci spaventa.
Ci domandiamo: “Chi sono io per essere brillante, magnifico, pieno di talento, favoloso?”.
In realtà, chi sei tu per non esserlo? Tu sei un figlio dell’Universo.
Il tuo giocare a sminuirti non serve al mondo.
Non c’è nulla di illuminato nel rimpicciolirsi in modo che gli altri non si sentano insicuri intorno a noi.
Noi siamo fatti per risplendere come fanno i bambini.
Noi siamo fatti per rendere manifesta la gloria dell’universo che è in noi.
Non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi.
E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, noi, inconsciamente,
diamo alle altre persone il permesso di fare la stessa cosa.
Quando ci liberiamo dalle nostre paure, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.

Nelson Mandela

07 ottobre 2008

Lo spazio occupato

Sei competente nell'occupare lo spazio FISICO ed ANCHE VOCALE?
Si, perchè anche lo spazio che prendi per te o lasci agli altri fa parte della tua competenza nel comunicare.
Chi urla invade lo spazio, come chi parla senza sosta, senza cioè lasciare all'altro lo spazio per rispondere.
Chi richiama l'attenzione con fastidiose e continue toccatine sul braccio di chi ascolta (come fanno i bambini che tirano la gonna della mamma).
TUTTI INVADENTI.
E tu: tendi ad essere troppo vicino, tanto da costringere l’altro a fare un passo indietro? O ti mantieni troppo distante, comunicando di non desiderare la relazione con l’altro? Come valuti il tono della tua voce, la tua gestualità, come utilizzi le distanze interpersonali?

La prossemica studia la comunicazione attraverso le distanze fisiche.
E’ la gestione dello spazio fisico ed emotivo, la distanza mentale e relazionale che desideriamo avere. Ognuno di noi crea più o meno inconsapevolmente uno spazio intorno a se, ed ognuno ha le sue preferenze.
Prova a stare in fila con qualcuno alle spalle, che ti mastica il suo chewing gum nelle orecchie ed immediatamente saprai qual è la tua distanza preferita.
Ci sono persone alle quali non dà alcun fastidio, magari le stesse che in spiagge deserte vengono a piantare ombrellone sedia e cane vicino a te che ti stavi godendo il tuo spazio.
Con le dovute modifiche a seconda della cultura del paese dove ci si trova, le distanze sono:

-intima (0- 45 cm ) la distanza in cui ci si abbraccia, ci si tocca e si parla sottovoce.
-personale ( >45 < 120 cm) tra amici.
-sociale ( >1,2 < 3,5 metri) tra conoscenti.
-pubblica ( > 3,5 metri) per le pubbliche relazioni.

E la tua comunicazione è appropriata al luogo, ruolo e relazioni?

06 ottobre 2008

Problem Solving

E’ la capacità di risolvere velocemente ed efficacemente una o più situazioni, riuscendo a focalizzare ed individuare il problema più urgente, fornire proposte e soluzioni e agire per il superamento. E’ un connubio di capacità di analisi, elaborazione mentale, creatività, elasticità ed azione.

Si compone delle seguenti fasi:

-Problem finding: rendersi conto del disagio;
-Problem setting: definire il problema;
-Problem analysis: scomporre il problema principale dai secondari;
-Problem solving:eliminare le cause e rispondere alle domande poste dal problema;
-Decision making: decidere come agire in base alle risposte ottenute;
-Decision taking: passare all’azione.


Un modello pratico e veloce di problem solving utilizza l'acronimo FARE
FOCALIZZARE
- Lista dei problemi
- Descrizione scritta del problema
- Selezionare il problema
- Verificare e definire il problema
ANALIZZARE
- Decidere cosa è necessario sapere
- Valori di riferimento
- Raccogliere i dati di riferimento
- Elenco dei fattori critici
- Determinare i fattori rilevanti, analisi del rischio e delle conseguenze.
RISOLVERE
- Generare soluzioni alternative
- Selezione e Scelta della soluzione del problema
- Sviluppo del piano di attuazione
ESEGUIRE
- Eseguire il piano
- Impegnarsi al risultato aspettato
- Monitorare l'impatto durante l'implementazione
- Valutazione dei risultati

01 ottobre 2008

Flessibilità


La flessibilità richiesta nel mondo lavorativo attuale significa resistenza allo stress da incertezza, vuol dire essere meno tutelati di un tempo, saper fare ed essere disposti a fare sempre di più, con orari più lunghi, cambiamenti repentini e frequenti, quali sede lavorativa (trasferimento/trasferte da filiale a filiale, cambiamento di regione..), o di ruolo professionale all’interno della stessa impresa senza avanzamenti di carriera.
La flessibilità oggi è più imposta che scelta, va intesa quindi come capacità di adattamento.
Altro concetto è la flessibilità /mobilità che scegliamo in vista del raggiungimento dei NOSTRI obiettivi. In questo caso ad esempio, una persona che considera valido solo il suo operato e punto di vista, scartando tutte le altre possibilità, è poco flessibile.